reportage
SUD AFRICA
27.02.2004

Visita in un paese lontano attraverso gli scatti e le parole di Flavia Favilli


Quando sono partita da Pisa non sapevo cosa aspettarmi da questo viaggio, salvo il fatto che avrei visto probabilmente dei bei paesaggi e la natura africana. Sicuramente l’aspetto paesaggistico non è mancato, ma questo viaggio mi ha regalato molto di più.
Il Sudafrica è un paese in cui convive tutto e il contrario di tutto: il bello e il brutto, la dolcezza e la violenza, l’immenso e gli spazi angusti, l’armonia dei colori dell’arcobaleno ed il bianco e il nero, la speranza e la disperazione. Il Sudafrica può essere definito un caleidoscopio vivente per i numerosi popoli di diversa etnia che ci vivono: è la patria degli antichi nomadi africani (Boscimani o san), dei numerosi popoli di lingua bantù come i Basotho, gli Tswana, gli Ndebele, gli Swazi, i Venda, gli Xhosa ed i famosi Zulù, ma anche dei popoli di lingua afrikaans, distinti negli afrikaner (i popoli della “tribù bianca dell’Africa” di origine olandese, tedesca, francese e inglese) e nei coloured (indiani e musulmani). E’ stupefacente pensare che, proprio nel paese in cui così tante diverse etnie e culture hanno potuto convivere (non sempre pacificamente), abbia vissuto 3,5 milioni di anni fa uno dei nostri antenati, come testimonia la scoperta di un cranio e di altri resti di un ominide nelle grotte di Sterkfontein vicino a Johannesburg: il continente nero può considerarsi allora la culla dell’umanità?

Gli abitanti del Sudafrica sono all’incirca 43 milioni, ma in realtà il numero è probabilmente sottostimato: attraversando una città si possono osservare nei sobborghi distese di lamiere, le così dette township, in cui si finisce a vivere di niente, scaldandosi bruciando la cenere e vestendosi di stracci; qui dove la densità di popolazione è elevatissima, le condizioni igieniche scarsissime e spesso non ci sono ne acqua ne luce, vivono uomini e donne ai margini, ai confini dell’immaginabile e del tollerabile: chi ha incluso queste persone nei 43 milioni di abitanti del Sudafrica? Sicuramente contavano per i proprietari delle miniere d’oro che hanno preferito avere la manodopera a portata di mano, costringendo i neri che cercavano lavoro a lasciare i loro sperduti villaggi per concentrarli in capanne di lamiere, con scuole, mezzi pubblici e tanto altro solo per neri.

Il Sudafrica è anche HIV: lo testimoniano il villaggio solo per malati di AIDS vicino a Johannesburg, i distributori di preservativi nei bagni pubblici e in quelli degli uffici, comuni quanto da noi i ventilatori per asciugarsi le mani, e i vari slogan contro l’AIDS del tipo “Spread love not AIDS” dipinti sui muri delle scuole e degli asili: il 20% della popolazione registrata all’anagrafe è infetta, e quanto sarà la percentuale sulla popolazione clandestina?
Il Sudafrica era anche apartheid: da tempo le catene dell’apartheid sono state spezzate, ma solamente nelle leggi, perché nella vita di tutti i giorni permangono disparità economiche e sociali. Nei ristoranti “per bianchi” sono i neri che servono ai tavoli, e qualsiasi bagno di una stazione di servizio è pulitissimo perché i neri lavorano per mantenerlo così. E che dire del cartello che si può trovare all’entrata di alcuni locali e negozi con scritto “Right admission to reserve”, col quale il proprietario si riserva il diritto di non far entrare determinate persone?
Ma il Sudafrica è anche favoloso per la natura, i paesaggi e gli animali. Per 4 giorni abbiamo percorso a cavallo i sentieri bellissimi dei territori ancora selvaggi della Wild Cost: cavalchiamo e camminiamo nel vento, che solleva sabbia e cenere che ci permeano e per giorni si ritroverà nelle pieghe dei vestiti e nelle scarpe. I cavalli corrono lungo spiagge infinite e bianchissime, costeggiate da piante basse e rampicanti che tentano di allungarsi al mare. Lasciando la spiaggia per l’entroterra si entra in una ombrosa e folta vegetazione che nasconde poi una distesa di savana dove l’occhio si sperde, ritrovandosi talvolta a fissare una capanna o qualche palma isolata. Ma le colline suscitano sempre curiosità per l’immaginazione: ogni volta il paesaggio nascosto dalla salita è diverso da quello che ti lasci alle spalle; accanto al colore giallo della savana puoi trovare le dune rosse, sul cui orizzonte si stagliano le varie tonalità di blu dell’oceano; ma la savana talvolta si trasforma nel verde intenso della vegetazione rigogliosa di alberi e palme che nascondono un letto d’acqua che ritorna all’oceano o una piscina naturale che appare dal nulla.

Quando sono tornata a Pisa non avevo il mal d’Africa, perché probabilmente non c’ero stata abbastanza a lungo, ma sicuramente ci tornerei anche domani.