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Motofides: "l'incanto di bocca d'Arno"
10.10.2004 |
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Il ritratto di un mostro ecologico e di uno splendido esempio di architettura industriale nelle parole di Alessandro Fornaciai e negli scatti di Antonella Lamorgese & Alessandro Fornaciai
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“….il fascino di queste strutture è che sono in trasformazione, devono necessariamente cambiare, è quindi nata l’esigenza di immortalarle in un momento di trapasso; nella loro fissità rappresentano un istante che in realtà non esiste, diverse da come erano e da come saranno…. ed è rassicurante la sensazione di non poter sciupare nulla”
Il litorale pisano è ormai da anni solo argomento di campagna elettorale. Dopo anni di incuria e cementificazione ha perso il suo aspetto originale, solo i pochi privilegiati che hanno accesso al parco di San Rossore possono godere di un litorale solo in parte compromesso che ancora conserva un sapore selvatico.
L’Arno, ormai a metà fra un fiume e una discarica, separa le due anime del litorale. Osservandola dal mare la costa a tramontana sembra la foto da giovane della parte di mezzogiorno che da anni è afflitta da una cronica decadenza. Il culmine dell’incuria si trova proprio a bocca d’Arno, in corrispondenza di quella che i marinesi chiamano “la fabbria”
La Motofides è un’immensa struttura oggetto di apparenti aspri dibattiti politici. E’ è un’ampia area di proprietà della FIAT dove venivano costruiti aeroplani. La FIAT non vuole svendere l’area e nemmeno vuole accollarsi le spese di ripristino, il comune non ha i soldi, e eventuali imprenditori non vogliono vincoli di alcun tipo… siamo sul territorio del parco. In pratica ci sono troppe bocche da sfamare è “l’incanto di bocca d’Arno” da anni versa in uno stato di totale abbandono.
Nonostante lo scempio ambientale che caratterizza queste aree ho sempre subito il fascino desolante di queste immense strutture. Esse rappresentano l’anti-arte; il rumore, il sudore, le emozioni, la fatica, le risa sono state mescolate confusamente dal tempo e lasciate decantare in materia caotica.
Aldo parla della Motofides come di un vecchi amico che gli ha fatto un torto molti anni addietro, è passato talmente tanto tempo che non vale la pena tenere rancore, e ricorda volentieri senza rimpianti i “bei mi’ tempi”; è difficile non venire rapiti nel sentirlo parlare delle vittorie sindacali, i diritti conquistati, le salcicce cotte al fuoco durante i picchetti, la caccia ai crumiri lungo il perimetro della fabbrica “eccolo eccolo l’ ho visto agguantalo!” e con orgoglio ricorda come la Motofides fosse un esempio sindacale in tutta Italia tanto da diventare una palestra per la lotta continua.
Nella Motofides lo spazio ovatta i rumori, sembra che il mare abbia deciso di spingere la sua voce fino al punto in cui s’infrangono le onde, oltre fa solo da sottofondo, quasi a non voler disturbare la distesa di cadaveri meccanici su cui veglia un’incessante brezza salmastra e niente di più.
A volte capita che la struttura si animi improvvisamente. Senza preavviso un rumore ti allerta…la Motofides reinterpreta ogni rumore imprimendoli una cadenza metallica, il suono si trasforma, riempie lo spazio e rimbalza confusamente sulle pareti del hangar, diventa difficile individuarne la provenienza e si entra in uno stato di alienazione ipnotica, ci si sente a disagio e inquieti, ma poi ritorna la calma, ormai sono solo due ragazzi che giocano a pallone.
Sul tramonto di Bocca d’Arno fiammeggia un falò, gomme d’auto, legni secchi, taniche vuote e bottiglie di plastica, alimentano il fuoco e un denso fumo nero, chili di diossina sono immessi nell’atmosfera “…vabbè meglio inquinà l’aria che ir mare, vesti vi ad ogni mareggiata, ci si rimbarsano con Viareggio e Calafuria” e guardando un giovane che con abilità raccoglieva rifiuti da bruciare fra gli antri più inaccessibili degli scogli di marina “bravo! dopo capacino vieni te”.
Il recupero della Motofides è il recupero di una storia vissuta da molti e narrata da pochi, è un monumento che non ha cambiato la storia ma che l’ha scritta, è il monumento ad una storia di difficile accesso.
Cancellarne ogni traccia significa non solo impedire un confronto con la realtà del presente, ma soprattutto strappare dall’anima di chi è cresciuto con essa l’immagine concreta di parte della loro storia.
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