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" In Assenza di Occhi su cui Contare" MOSTRA FOTOGRAFICA di Marco Paltrinieri e Krzysztof Szmigielski 18.09.2009 |
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Partendo da tale genere di quesiti, In Assenza di Occhi su cui Contare presenta e pone a confronto i lavori di due artisti che fanno dell’ambiguità del media fotografico il loro oggetto di interesse e strumento di indagine. Il dialogo che ne deriva disegna uno spazio nel quale ogni possibile risposta è lasciata in sospeso nel processo di interpretazione delle immagini stesse.
“66 Poplar Court” di Marco Paltrinieri si basa sull'idea di realtà intesa non come dimensione statica ma come continuo processo immaginativo ed in costante trasformazione. Fotografie di uno specifico ambiente esplorano la tensione tra desiderio di definire il mondo e impossibilità di darne una qualsivoglia lettura definitiva.
“Palindromes” di Krzysztof Szmigielski fa perno attorno all’idea di comunicazione come processo basato su confusione ed incomprensione. Tali condizioni, imprescindibili nell’esperienza umana agiscono come stimolo per la crescita creativa dell’individuo.
L’indagine attorno alla singolare e specifica esperienza del confronto con l’immagine fotografica guida l’osservatore in una discussione aperta nello spazio della galleria.
Krzysztof Szmigielski
La serie “palindromes” raccoglie foto scattate negli ultimi due anni in differenti località del globo come parte del progetto “Line&Point”. Il progetto, indagine visuale sulla confusione generata dalla relazione tra emittente e ricevente, piuttosto che basarsi su specifici intenti comunicativi pone l’attenzione sull’l’infinito numero di idee che il pubblico è in grado di generare a partire dall’osservazione dell’immagine fotografica.
Utilizzando una lente da ritratti (50mm) per riprendere gli spazi architettonici presentati, qualsiasi possibilità di distorsione o aberrazione dell’immagine viene limitata, traducendo meccanicamente la prospettiva dell’occhio umano e riproducendo dunque direttamente il mondo così come lo vediamo sulla superficie dell’immagine.
Ogni volta che i nostri occhi si soffermano su di un’immagine, traduciamo ciò che crediamo di vedere all’interno del mondo che crediamo di conoscere.
L’immagine fotografica trasforma tempo e spazio in uno “stato di cose” che viene codificato nello spazio bidimensionale dell’immagine. Tale dinamica lascia l’autore e la sua stessa intenzione in qualche misura dimenticata e separata dal processo di decodificazione dell’immagine messo in atto dall’osservatore. Questi, connette l’immagine e la lettura che di essa ne viene fatta al proprio mondo, ne allaccia i possibili significati agli oggetti, luoghi e momenti caratteristici di quella specifica realtà che egli ritiene di comprendere.
E’ attraverso tale distanza tra intenzione ed effetto comunicativo e nell’esatto momento in cui non siamo più in grado di vedere chiaramente o abbiamo dubbi circa ciò che stiamo guardando che il processo di creazione ha inizio:
Comprendere significa creare. Un’assoluta soggettività incontra un’assoluta relatività in un processo di traduzione.
La personale indagine attorno alla fenomenologia della comunicazione induce a pensare che la confusione sia un elemento imprescindibile della comunicazione stessa. Tutto ciò che possiamo fare a tal riguardo non è altro che accettare ed imparare ad utilizzare tale confusione ed essere consapevoli del costante ed infinito gap tra ciò che uno esprime e ciò che l’altro intende. La fotografia, in tal senso, sembra essere il mezzo ideale per investigare tale dinamica.
Bio:
Krzysztof Szmigielski nasce nella Polonia occidentale nel 1980. Ha un BA in fotografia e Visual Communication presso l’accademia delle Belle Arti di Poznan ed un Master in fotografia presso l’University of Art London College of Communication al termine del quale ha ricevuto lo Sproxton Photography Award. Vive e lavora tra la Polonia e Londra.
Marco Paltrinieri
La fotografia, più di ogni altra forma di espressione, è caratterizzata da un rapporto diretto con la realtà e con l'idea che di essa possiamo avere.
Da una parte, forme di linguaggio come ad esempio la letteratura o la pittura offrono, causa loro stessa natura, un margine di sicurezza, una nicchia nella quale poter liberamente sfumare i confini tra immaginazione, realtà e sua rappresentazione. Fare leva invece sull’ambiguità dell’immagine fotografica, sui dubbi e sullla molteplicità di interpretazioni che essa è in grado di suscitare, significa poter mettere in discussione la realtà stessa e, di rimando, la conoscenza che ne abbiamo. In questa prospettiva, la fotografia può divenire non solo uno strumento con cui esplorare il rapporto tra mondo e mente, tra dato sensoriale e sua rappresentazione ma anche un mezzo attraverso il quale aprire a possibili visioni altre del mondo.
E’ all’interno di questa prospettiva che il mio lavoro può essere collocato. Cosciente dell’impossibilità di ridurre l’immagine fotografica a mero dato oggettivo, mio principale interesse è quello di documentare una realtà intesa non come dimensione statica ma piuttosto come un’attività immaginativa: flusso di continua trasformazione e mutazione, in bilico tra spinta oggettivizzante e inevitabile impronta soggettiva di chi vi si trova immerso.
La serie “66 Poplar Court” è composta da foto scattate all’interno del mio vecchio appartamento di Londra, un ambiente piccolo, circoscritto e tutto sommato grigio. Partendo dal prolungato studio degli spazi e dell’illuminazione in diverse fasi della giornata, le immagini raccolte fissano dettagli che pur essendo specifici di tale ambiente ne rappresentano al tempo stesso “eccezioni”: riflessi e metamorfosi sulle e delle superfici, “apparizioni” temporanee dalla durata di ore così come di pochi secondi. Ciò che ne risulta sono fotografie che se da una parte riproducono fenomeni specifici di un determinato luogo, dall’altra suggeriscono la tensione esistente tra desiderio di definire il mondo e impossibilità di darne una qualsivoglia lettura definitiva.
Bio:
Marco Paltrinieri nasce a Milano nel 1978. E’ laureato in Psicologia presso l’Università di Firenze ed ha un Master in Sociologia presso la Roehampton University di Londra. Con un passato musicale nella band art punk To the Ansaphone è alla sua prima esibizione fotografica. Vive e lavora a Londra.
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